"Le
donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L'ordine
naturale ed i fatti ci insegnano che l'uomo è un uomo politico per
eccellenza, le Scritture ci mostrano che le donne da sempre supportano
il pensare e il creare dell'uomo, ma niente più di questo"
Papa Francesco I, nel 2007.
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Chi è il nuovo papa Francesco - di Redazione Il Fatto Quotidiano | 13 marzo 2013
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/13/jorge-mario-bergoglio-chi-e-nuovo-papa-francesco/529441/
Prima
gli studi in chimica, poi la vocazione a 33 anni. E' arcivescovo di
Buenos Aires da 15 anni. E' sempre stato restio a ruoli curiali ed è
stato sempre visto come un oppositore del lusso e degli sprechi. E' un
conservatore, ma non ha mai approvato l'eccessiva rigidità della Chiesa.
Sul fondo, poi, le ombre per la presunta collusione con il regime
argentino
Jorge Mario Bergoglio, gesuita, arcivescovo di Buenos Aires
(in Argentina), ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in
Argentina e sprovvisti di ordinario del proprio rito, è nato nella
capitale argentina il 17 dicembre 1936. Francesco I non è solo il primo papa sudamericano: è anche il primo pontefice gesuita della storia. L’ordine fondato da Ignazio di Loyola
nel 1534, infatti, pur essendo potentissimo nei secoli non ha mai
espresso un papa di Roma, avendo tra l’altro una gerarchia molto
strutturata con in testa un potente preposito generale, che non a caso
viene tradizionalmente chiamato il “Papa nero“. Oggi i gesuiti sono 17.906, di cui 12.737 sacerdoti. Bergoglio diventa pontefice a quasi 77 anni, la stessa età che aveva Angelo Roncalli quando divenne Papa Giovanni XXIII. La differenza è solo nei mesi: Bergoglio ne ha otto di meno rispetto all’età che aveva Roncalli quando fu eletto pontefice.
Il
padre era un ferroviere, la mamma la casalinga. La sua vocazione
sacerdotale è maturata dopo il diploma di perito chimico. È diventato
prete a 33 anni e a 35 era già tra i gesuiti più autorevoli
dell’Argentina (i suoi rapporti con il governo sono da sempre molto
tesi). Poco dopo ha sofferto problemi respiratori e, dopo un’operazione,
ha subito la perdita di un polmone. Bergoglio ha studiato e si è
diplomato come tecnico chimico, come detto, ma poi ha scelto il
sacerdozio. Nel 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù e
nel 1963 si laurea in filosofia. Insegna dal 1964 in vari istituti e
collegi dell’Argentina, poi si laurea nel 1970 alla facoltà di Teologia a
San Josè, di San Miguel, dove ha conseguito la laurea. Viene ordinato
sacerdote il 13 dicembre 1969. Fra il 1980 e il 1986 è rettore del
collegio massimo e delle facoltà di Filosofia e Teologia della stessa
Casa e parroco della parrocchia del Patriarca San Josè, nella Diocesi di
San Miguel. Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo
nomina Vescovo titolare di Auca e Ausiliare di Buenos Aires. Nel 1998
diventa arcivescovo di Buenos Aires. Nel 2001 viene elevato cardinale
nel concistoro ordinario dallo stesso papa polacco.
Nel 2005 battuto da Ratzinger: “Ai cardinali chiese di non votarlo”
Bergoglio,
cardinale di grande esperienza e afflato pastorale, era già tra i
papabili nel conclave del 2005. Secondo alcune ricostruzioni, ad esempio
quella del vaticanista Lucio Brunelli che ha raccolto
il diario di un cardinale elettore, fu proprio Bergoglio a contendere a
Ratzinger l’elezione in quell’aprile del 2005. E risultò il secondo
più votato dopo lo stesso Benedetto XVI.
Timido,
schivo, di poche parole, per alcune ricostruzioni il porporato si
mostrò così atterrito dall’idea del peso che gli sarebbe caduto addosso
da convincere i più a lasciar perdere: il cardinale argentino, di
origini piemontesi, secondo il diario di un cardinale elettore,
spaventato dal confronto con il cardinale decano, scongiurò addirittura
i suoi sostenitori a non votarlo.
Secondo altri, invece, non
avrebbe avuto una reale possibilità di ascendere al soglio di Pietro:
in quell’occasione, infatti, i cardinali che temevano la candidatura
Ratzinger avevano fatto blocco sull’argentino, nel tentativo di impedire
che si raggiungesse la maggioranza minima per l’elezione, in modo da
obbligare tutti alla ricerca di candidati diversi, come era già
avvenuto. Resta il fatto che quel Conclave risulta oggi la “prova
generale” di questo, se l’unico che seriamente attirò voti oltre a
Ratzinger si ritrova ad essere il suo successore.
Gli offrirono un ruolo di peso nel 2001 e rispose: “Per carità, in curia muoio”
E Bergoglio è sempre stato restio ad accettare ruoli curiali.
Oppositore del lusso e degli sprechi (ha vissuto in un modesto
appartamentino e per spostarsi usa i mezzi pubblici) quando fu ordinato
cardinale nel 2001, obbligò i suoi compatrioti che avevano organizzato
raccolte fondi per presenziare alla cerimonia di Roma, a restare in
Argentina e a donare i soldi ai poveri. Nel 2001 gli chiesero di avere un ruolo di peso, lui rispose: “Per carità, in curia muoio”.
Nel suo Paese è un trascinatore di folle
e una figura di riferimento nella Chiesa sudamericana. E’ sempre stato
ritenuto un conservatore ma, nonostante questo, non ha mai approvato
l’eccessiva rigidità della Chiesa soprattutto in materia di sessualità e
la sua autoreferenzialità. Bergoglio è un grande tifoso del San Lorenzo di Almagro,
squadra di calcio che milita nella serie A argentina. Sul sito della
società, fondata nel 1908 da un salesiano, campeggia ora una foto di
Bergoglio che tiene il gagliardetto rossoblu con la scritta “Papa
Cuervo” che nel gergo del calcio argentino significa tifoso del San
Lorenzo, appunto.
Contro la teologia della liberazione, le ombre per i legami con il regime argentino
Contestò l’apertura dei gesuiti alla Teologia della Liberazione,
negli anni Settanta e questa posizione forse gli è valsa l’accusa
ingiusta di connivenza con il regime dei generali, anche se peraltro non
ci sono mai state prove né indizi della sua vicinanza alla dittatura.
Le accuse di collusione con il regime che sterminò 9mila persone furono
furono mosse per il periodo a partire dal 24 marzo 1976 anche e
soprattutto nel libro “L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella
dittatura argentina” del giornalista argentino Horacio Verbitsky,
che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese
sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi di quegli anni.
Accuse
che Bergoglio ha sempre respinto come “vecchie calunnie”. Nell’anno
santo del 2000 fu proprio Bergoglio a far “indossare” all’intera Chiesa
argentina le vesti della pubblica penitenza, per le colpe commesse negli anni della dittatura. Un mea culpa che dette più fiducia nell’istituzione ecclesiale.
I matrimoni tra omosessuali, “una mossa del diavolo”.
Controversa
– ma fedele alla linea – anche la posizione sugli omosessuali. Per
quanto progressista nei temi sociali, infatti, Bergoglio reagì quando
tre anni fa in Argentina venne presentato il progetto di legge sul
matrimonio tra persone dello stesso sesso. L’arcivescovo di Buenos Aires
scrisse una lettera alle monache carmelitane di Buenos Aires in cui
definiva il disegno di legge “movida del diablo”, una mossa del diavolo, e le incitava a pregare per una “guerra di Dio”
contro il progetto. Anche (ma non solo) per questo nacquero le non
poche ruggini con la presidente Kirchner che accusò l’alto prelato di
voler tornare ai tempi dell’Inquisizione.
“L’aborto non è mai una soluzione”
Segue
coerentemente la dottrina anche per quanto riguarda l’aborto. Nel
settembre scorso la Corte Suprema di Buenos Aires voleva depenalizzare
l’aborto e l’allora arcivescovo disse che sarebbe stata una decisione
“disdicevole“. “Ancora una volta – fece scrivere in una nota – si vuole
limitare o eliminare il valore supremo della vita e ignorare i diritti
dei bimbi a nascere. L’aborto non è mai una soluzione. Quando si parla
di una madre incinta, parliamo di due vite: entrambe devono essere
preservate e rispettate perché la vita è un valore assoluto”.
Contro una Chiesa autoreferenziale, gira in metro e gli piace il tango
La
sua passione sembra essere la gente, il popolo, quello al quale ha
chiesto nella sua prima apparizione alla finestra del palazzo apostolico
di pregare per lui. Lontano da una Chiesa che se autoreferenziale
rischia di essere “autistica”, ha preferito finora spostarsi in
metropolitana e, fino ad oggi amava definirsi “Jorge Bergoglio, prete”.
Il profilo del nuovo Papa, che ha scelto il nome di Francesco, è
tracciato nel libro-intervista del 2010 “Il gesuita”, di Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin,
nel quale Bergoglio ricorda le sue origini italiane e rivela anche le
sue passioni di uomo, da quella per la letteratura e, da buon
argentino, per il tango, fino ai ricordi di una fidanzata prima
dell’arrivo della vocazione.
“L’opzione principale è scendere per
le strade a cercare la gente: questa è la nostra missione”, afferma
netto Bergoglio nel libro, mettendo in guardia da “una Chiesa
autoreferenziale” alla quale può succedere “come ad una persona
autoreferenziale: diventa paranoica, autistica”. Il padre “era di
Portacomaro”, della provincia di Asti, “e mia madre – racconta – di
Buenos Aires, con sangue piemontese e genovese”. Nel 2005 poteva
diventare il successore di Giovanni Paolo II: i media ne parlavano come
uno dei candidati più accreditati facendogli allora provare “pudore,
vergogna”.
Nel libro c’è spazio per i ricordi ed anche per le sue
passioni: il suo film preferito è “Il pranzo di Babette”, il suo
dipinto ideale la “Crocefissione Bianca” di Chagall. Quanto alla
letteratura nutre amore per I promessi sposi e la Divina Commedia.
Per lo sport, ovviamente, il calcio. Nella musica il preferito è
Beethoven. Ma nel libro c’è anche il capitolo “Mi piace il tango”, dove
il papa rivela di aver avuto una fidanzata: “Era del gruppo di amici
con i quali andavamo a ballare. Poi ho scoperto la vocazione
religiosa”.
Nel libro di Ambrogetti e Rubin Bergoglio tocca anche
uno dei punti più controversi e delicati con cui è alle prese la
Chiesa, quello della pedofilia. “Se c’è un prete pedofilo è perchè
porta in sè la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il
celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha”,
dice Bergoglio, secondo il quale “bisogna stare molto attenti nella
selezione dei candidati al sacerdozio. Nel seminario di Buenos Aires
ammettiamo circa il 40% dei candidati, e facciamo un attento
monitoraggio sul processo di maturazione”.
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La mano sinistra di Dio - 29 novembre 2011 12.10
Horacio Verbitsky per Internazionale
La chiesa cattolica argentina conosceva e approvava i metodi usati dai militari durante la dittatura.
Nel
marzo del 1995 il capitano di fregata Adolfo Scilingo mi raccontò che
durante la dittatura aveva gettato in mare da un aereo trenta persone
ancora vive, che erano state sequestrate e torturate nella Scuola di
meccanica della marina (Esma), il principale campo di concentramento
della marina militare argentina. Aggiunse che, secondo i suoi
superiori, la gerarchia ecclesiastica approvava questo metodo, perché
era un modo “cristiano e poco violento” di morire. Al ritorno dal primo
volo, Scilingo era in preda ai sensi di colpa, ma il cappellano
dell’Esma lo tranquillizzò citando la parabola biblica in cui si
racconta della separazione del grano dall’erba cattiva. Ho raccontato
questa storia nel libro Il volo. Le rilevazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos.
La
confessione di Scilingo scatenò una reazione nell’opinione pubblica
che mi sorprese, forse perché io conoscevo bene la questione: me ne ero
occupato fin dalla mia prima inchiesta sull’Esma, pubblicata
clandestinamente nel 1976, lo stesso anno del colpo di stato militare.
Questa
volta la novità era che a parlare fosse uno degli assassini, non una
delle vittime sopravvissute. Questo dimostrava che nelle loro
testimonianze le vittime avevano detto la verità e le due versioni dei
fatti coincidevano. Dopo le rivelazioni di Scilingo, Emilio Mignone,
presidente e fondatore del Centro di studi legali e sociali (Cels),
chiese di aprire un processo per chiarire cos’era successo a sua figlia
Mónica Candelaria, sequestrata insieme a due sacerdoti e a un gruppo di
catechisti che come lei lavoravano in una baraccopoli di Buenos Aires.
Il tribunale accolse la sua richiesta e aprì un’inchiesta. In poco
tempo i “processi per la verità” si diffusero in tutto il paese.
La paura del papa
La
confessione di Scilingo ebbe un effetto dirompente anche tra i figli
delle persone arrestate e scomparse durante la dittatura, che avevano
vissuto nell’isolamento e nella paura per anni. Questa generazione di
giovani si affacciò senza più timore sulla scena politica del paese e il
24 marzo 1996 un’enorme folla riempì plaza de Mayo per chiedere verità
e giustizia.
Sia le vittime sia i carnefici, nelle loro
testimonianze, parlano del ruolo della chiesa cattolica nello sterminio
di centinaia di persone durante la dittatura.
In ogni
contingente militare c’era un sacerdote che aveva il compito di
convincere i detenuti a collaborare con l’esercito. Alcuni religiosi
usavano l’uniforme da paracadutista e il presidente della conferenza
episcopale, il cardinale Raúl Francisco Primatesta, aveva ricevuto un
brevetto aereo ad honorem. Nel 1976 il giornalista Jacobo Timerman,
durante un pranzo con uno stretto collaboratore del capo della marina
Emilio Massera, disse: “Sarebbe meglio introdurre la legge marziale e
condannare gli imputati alla pena di morte, solo dopo averli sottoposti a
un regolare processo”. Ma il collaboratore di Massera rispose: “In
questo caso interverrebbe il papa e sarebbe difficile proseguire con le
fucilazioni”.
Molti anni dopo anche il generale Ramón Genaro Díaz
Bessone, teorico della cosiddetta guerra controrivoluzionaria, in un
libro ammise che durante la dittatura avevano sequestrato e ucciso
clandestinamente gli oppositori politici, senza introdurre la legge
marziale, per paura delle reazioni del Vaticano: “Pensate al casino che
il papa scatenò contro Francisco Franco nel 1975 quando fece fucilare
tre persone.
Sarebbe stato il finimondo. Non si possono fucilare
settemila persone”. Díaz Bessone alludeva al fatto che nel 1975 il
dittatore spagnolo Francisco Franco, ormai in declino, ricorse alla
pena di morte contro gli avversari politici nonostante la condanna di
tutto il mondo, compresa quella di Paolo VI. Tuttavia negli anni trenta
il dittatore aveva ricevuto il sostegno dell’episcopato spagnolo e di
Pio XI e Pio XII. Ma la situazione in Spagna era diversa, lì era stata
combattuta una vera e propria guerra civile in cui anche gli avversari
di Franco, i repubblicani, fucilarono molti nazionalisti, tra cui
centinaia di sacerdoti. Invece in Argentina non si trattò di una guerra
tra due gruppi armati avversari, ma di un’operazione di ingegneria
sociale che andò ben oltre le contrapposizioni politiche.
Un’operazione
che poté contare su un apparato ideologico e dogmatico e una retorica
da crociata. Il cardinale Raúl Francisco Primatesta una volta disse che
lui non era un profeta del castigo, ma che bisognava agire e non
limitarsi alle parole. “Può darsi che il rimedio sia duro, perché la
mano sinistra di Dio, si dice sia paterna, ma può essere molto
dolorosa”. Sinistra è l’espressione che è stata usata per indicare la
repressione, il rapimento, la tortura e l’uccisione segreta degli
oppositori.
La Cité catholique
In
occasione del giubileo del 2000 Giovanni Paolo II domandò a tutti gli
episcopati del mondo di chiedere perdono per i loro peccati. La chiesa
argentina lo fece con una spettacolare liturgia notturna che fu chiamata
“la riconciliazione dei battezzati”. Una commissione internazionale di
teologi aveva fissato i limiti di quest’autocritica: la chiesa è stata
creata da Cristo e per questo è santa e senza peccato, ma per colpa
dei suoi figli peccatori ha bisogno di purificarsi continuamente.
Seguendo queste direttive, durante la cerimonia per il giubileo la
chiesa argentina chiese perdono a Dio, ma non alle vittime. E mise
sullo stesso piano il terrorismo di stato e la lotta armata di chi
aveva cercato di resistere alla dittatura.
Tra gli invitati alla
cerimonia c’erano i vertici dell’esercito, ma nessun familiare dei
desaparecidos e delle persone uccise. Non fu fatto riferimento alle
vittime cattoliche della dittatura: due vescovi, diciotto sacerdoti e
centinaia di fedeli. Quando assunsi l’incarico di presidente del Cels
chiesi all’episcopato che ci permettesse di entrare nei suoi archivi,
come segno di apertura. La risposta fu stupefacente: ci dissero che la
conferenza episcopale non aveva archivi e ci diedero un opuscolo di
sessanta pagine intitolato La Iglesia y los derechos humanos (La chiesa
e i diritti umani), pubblicato dopo la fine della dittatura. Quel
libretto non contiene documenti integrali, ma solo paragrafi con molte
omissioni segnate da puntini di sospensione. Per esempio vale la pena
confrontare il documento País y bien común (Paese e bene
comune), pubblicato due mesi dopo il colpo di stato del 1976, con la
versione pubblicata nel 1982 e inserita nel 1984 nell’opuscolo La Iglesia y los derechos humanos.
In
entrambe le versioni si dichiara che nessuna situazione di emergenza
giustifica la violazione dei diritti umani. Ma in quella del 1976, a
sostegno del comportamento del governo militare, si legge che “in casi
straordinari non è ragionevole pretendere il godimento del bene comune e
il pieno esercizio dei diritti, come avviene in tempi di abbondanza e
di pace”. Questo passaggio manca nelle versioni del 1982 e del 1984.
In
un altro paragrafo, presente nella prima versione ed eliminato nella
seconda, si dice che è sbagliato pretendere “che gli organi di
sicurezza agiscano con la purezza cristallina propria del tempo di
pace”. E che è impossibile “sedare disordini le cui dimensioni tutti
conosciamo, senza accettare le misure drastiche necessarie per
reprimerli o non essere disposti a sacrificare una quota di libertà,
sull’altare del bene comune”. Questo significa che “il bene degli
individui” deve “essere subordinato” a un bene comune astratto che
“esige l’esistenza dello stato con l’autorità necessaria”.
Come
corollario di questa pastorale di guerra, l’episcopato chiese “la
massima comprensione e tolleranza verso gli errori involontari”. Perché
i valori di ognuno sono diversi: “C’è chi mette l’accento sulla
sicurezza e chi sulla libertà personale”, dice la prima versione del
documento. Il confronto delle due versioni del testo è stato solo una
parte del mio lavoro di ricerca e mi ha fatto scoprire che la chiesa è
meno monolitica di quanto si pensi. Con l’aiuto di sacerdoti e di
credenti vicini a quegli ambienti sono riuscito a consultare gli enormi
archivi che la chiesa argentina aveva negato di possedere. Ho lavorato
segretamente per anni su quei materiali che rivelano la complicità
della gerarchia ecclesiastica con il governo militare di Videla. Ho
portato alla luce quella complicità e ho cercato di capirne le cause.
Il
metodo del sequestro, della tortura e dell’eliminazione clandestina fu
insegnato ai militari argentini da membri dell’organizzazione
integralista cattolica Cité Catholique, fondata in Francia nel 1946 da
Jean Ousset. Molti dei suoi dirigenti facevano parte dell’intelligence
dell’esercito coloniale francese in Algeria e del gruppo terrorista
Organisation de l’Armée Secrète (Oas) che si opponeva alla
decolonizzazione. Nei primi anni sessanta, con l’indipendenza algerina e
lo smantellamento dell’Oas, molti membri della Cité Catholique si
rifugiarono in Argentina.
Nel paese trovarono la protezione di
Antonio Caggiano, presidente della conferenza episcopale e capo del
vicariato militare, e poi dell’arcivescovo Adolfo Tortolo, successore
di Caggiano in entrambe le cariche. I due prelati permisero ai membri
della Cité Catholique di svolgere attività di formazione e di
reclutamento nelle caserme. I due, inoltre, riuscirono a tenere lontana
la gerarchia ecclesiastica argentina dai segnali di rinnovamento che
venivano dal concilio Vaticano II.
Nel 1961 l’Argentina fu il
primo paese, dopo la Francia, in cui fu pubblicato il manifesto
ideologico del gruppo: Le marxisme-léninisme di Jean Ousset. Lo
tradusse il colonnello Juan Francisco Guevara, capo dei servizi segreti
militari e presidente della sezione argentina di Cité Catholique
(Ciudad Católica). La prefazione fu scritta dal cardinale Caggiano. Per
Ousset, il nemico è chiunque cerchi di sovvertire l’ordine cristiano,
la legge naturale o il piano del creatore. Questo spiega perché i
discepoli di questa associazione perseguitarono persone e
organizzazioni molto diverse tra loro. Nella prefazione dell’opera, il
cardinale Caggiano afferma che il libro di Ousset è uno strumento di
formazione in vista di “uno scontro mortale” che definisce
“eminentemente ideologico” contro nemici che ancora “non hanno preso le
armi”. È un’altra affermazione chiara della portata del progetto di
sterminio, elaborato dal punto di vista teorico ben prima della nascita
delle prime organizzazioni guerrigliere.
Juan Carlos Aramburu,
successore di Antonio Caggiano all’arcivescovado di Buenos Aires,
passava i fine settimana in una residenza a El Silencio, un’isola nel
delta del Tigre non lontano dalla capitale. El Silencio era anche il
luogo dove i seminaristi della diocesi festeggiavano ogni anno la fine
delle lezioni. Nel 1979, durante un’ispezione della Commissione
interamericana per i diritti umani (Cidh), la marina militare nascose
nella struttura una cinquantina di prigionieri desaparecidos detenuti
all’Esma, in modo che gli ispettori non li trovassero. È l’unico caso
che conosciamo di un campo di concentramento all’interno di una
proprietà della chiesa.
Perché un’istituzione che ha come scopo
esplicito quello di fare del bene si fece coinvolgere fino a questo
punto dalla dittatura militare che rappresentava il male assoluto? Per
rispondere a questa domanda ho scritto le prime 1.500 pagine della mia
ricerca che poi sono diventate un libro: L’isola del silenzio. Il ruolo della chiesa nella dittatura argentina.
Ma
quella storia era solo la punta dell’iceberg, tutto quello che
rimaneva sommerso era una quantità imponente di documenti, interviste e
una vasta bibliografia. Mi resi conto che si trattava dell’involontario
abbozzo di un secolo di storia politica della chiesa cattolica in
Argentina. In quel periodo di tempo la chiesa fu il sostegno spirituale
della classe dominante del paese, e alla base di quello che è successo
troviamo la sovrapposizione tra i dogmi cattolici, i valori fondanti
dello stato e l’autorità di cui furono investiti i militari e i vescovi
per punire qualsiasi deviazione dall’unica verità ammissibile.
Il
processo di secolarizzazione della società argentina cominciò alla
fine dell’ottocento grazie alla borghesia liberale del paese che
importò il modello economico liberista da Londra e quello culturale da
Parigi. Fu istituita l’anagrafe e le scuole diventarono pubbliche. Fino
ad allora sia l’insegnamento sia i registri di nascita e morte erano
settori completamente controllati dalla chiesa e queste nuove leggi
contribuirono a ridurne l’influenza. Ma la spinta riformista non riuscì a
separare lo stato dalla chiesa, mentre nei paesi vicini il processo
andò in questa direzione.
Per esempio, nel 1891 la costituzione
brasiliana proibì le sovvenzioni statali alla chiesa e stabilì che
nessun culto avrebbe avuto rapporti privilegiati con il governo,
l’istruzione sarebbe stata laica, i cimiteri di proprietà dello stato e
il matrimonio civile. In Uruguay il divorzio consensuale diventò legge
nel 1907 e nel 1913 fu approvato anche il divorzio per volontà di uno
solo dei coniugi. La costituzione uruguaiana del 1919 e quella cilena
del 1925 misero in atto una serie di misure che servivano a separare la
chiesa dallo stato. Per non parlare della costituzione messicana del
1917 e delle leggi approvate nel paese nel 1924.
In Messico le
scuole cattoliche furono proibite e fu vietato ai sacerdoti di dire
messa fuori dalle chiese e d’indossare abiti religiosi per strada,
furono confiscate tutte le proprietà ecclesiastiche e fu vietato ai
religiosi di condurre attività politiche. Per questo, cinquant’anni
dopo, le persone perseguitate dall’episcopato argentino trovarono
rifugio nella chiesa cilena, brasiliana e uruguaiana. Questa situazione
condizionò anche il Vaticano. Paolo VI resistette alle pressioni del
dittatore cileno Augusto Pinochet che chiedeva la sostituzione del
cardinale Raúl Silva Henríquez, mentre diede la sua benedizione
all’argentino Jorge Videla ed espresse ammirazione per la personalità
dell’ammiraglio Emilio Massera, gli uomini forti della giunta militare
argentina.
In Messico ci fu una rivoluzione popolare. Il Brasile,
il Cile e l’Uruguay ebbero dei governi borghesi che tagliarono il
cordone ombelicale con la chiesa seguendo il motto di Charles de
Montalembert e Camillo Benso di Cavour: “Libera chiesa in libero
stato”. Ma il liberalismo argentino non convolò mai a nozze con la
democrazia. La borghesia innovatrice del paese non creò un partito
politico in difesa dei suoi interessi, né fu in grado di articolare una
risposta unitaria e coerente ai grandi movimenti popolari di stampo
socialista. La classe dominante, spaventata dalla rivoluzione
bolscevica del 1917, si riavvicinò alla chiesa e ricucì i rapporti che
si erano deteriorati dalla fine dell’ottocento a causa del breve
periodo di riforme liberali.
La riconciliazione
In
Argentina la borghesia e la chiesa affrontarono insieme le nuove sfide
politiche, seguendo il copione gentilmente fornito dalla chiesa, che
prevedeva gerarchie rigide e ubbidienza. I cappellani militari svolsero
un ruolo centrale nell’indottrinamento dei vertici dell’esercito, che
operarono come un vero e proprio partito e usarono la spada per
risolvere i nodi politici che non sapevano sciogliere altrimenti.
Dal
1930 al 1990 l’Argentina ha subìto almeno un colpo di stato ogni dieci
anni. Alcuni sono falliti e altri sono riusciti, ma tutti hanno potuto
contare sul sostegno dei vescovi. Nel 1925 Pio XI pubblicò la sua
enciclica Quas Primas. Nell’opera il papa rimpiange il
medioevo e condanna le forze contrarie all’ordine clericale: il
protestantesimo, la massoneria, il liberalismo, il socialismo, il
comunismo.
Per combatterle bisognava coltivare il rispetto
dell’autorità e della disciplina che avevano retto la cristianità nel
medioevo. Secondo Pio XI la fede non doveva rimanere confinata nelle
chiese, ma doveva guidare la condotta dei governi, che a loro volta
dovevano riconoscere la “regalità sociale di Cristo” ovvero la
superiorità del regno della chiesa sulla società. Questa concezione ha
guidato l’azione della chiesa in Argentina più a lungo che in Europa.
Quando fu evidente che la dittatura stava per finire e che la società
chiedeva di fare chiarezza sui crimini commessi, l’episcopato cercò di
salvare i suoi membri e propose di occuparsi del processo di
riconciliazione. Il metodo che fu proposto fu quello della confessione
domenicale. Ma i militari non accettarono l’intervento della chiesa,
senza capire che questo rifiuto avrebbe portato a una lunga stagione di
processi.
Oggi l’Argentina è il paese sudamericano che ha fatto
più passi avanti in questo campo: sono stati processati molti dei
responsabili degli omicidi e delle torture, tra i quali figurano alcuni
sacerdoti. I processi hanno danneggiato, forse per sempre, l’immagine
della chiesa e la sua influenza in Argentina.
Dopo la fine della
dittatura militare, la chiesa argentina prese le distanze dal potere,
ma non rinunciò alla pretesa di orientare la politica. L’ha dimostrato
nel 2010 quando ha intrapreso una “guerra santa” contro la legge che ha
consentito il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La legge è
stata approvata da una coalizione di diversi partiti e la pressione
della chiesa in quel caso non è stata efficace. Ma le gerarchie si
preparano a un nuovo braccio di ferro sulla depenalizzazione
dell’aborto, in fase di discussione in parlamento.
Traduzione di Sara Bani.
Internazionale, numero 925, 25 novembre 2011
Horacio Verbitsky
è un giornalista argentino, scrive su Página 12. È autore di una storia
politica della chiesa in quattro volumi. Il suo ultimo libro tradotto
in italiano è Doppio gioco. L’Argentina cattolica e militare.
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Dei gesuiti novizi riportiamo qui sotto il giuramento; per introdurvelo vi estendo una dotta citazione:
"Imparai
molto dall'ordine dei Gesuiti. Finora, non è mai esistito nulla sulla
terra di più grandioso che l'organizzazzione gerarchica della chiesa
Cattolica. Io trasferii nel mio partito molto di questa organizzazione"
- Adolf Hitler
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Giuramento dei novizi Gesuiti
"Figlio
mio ti è stato insegnato ad agire come un dissimulatore, di essere un
cattolico romano tra i cattolici romani, di essere una spia anche tra i
tuoi confratelli, di credere a nessun uomo, di fidarti di nessun uomo,
di essere un riformista tra i riformisti un ugonotto tra gli ugonotti,
un calvinista tra i calvinisti, di essere generalmente un protestante
tra i ...protestanti, ed acquisendo la loro fiducia di parlare persino
dai loro pulpiti, e di denunciare con tutta la veemenza della tua
natura la nostra sacra religione e il Papa ed anche di cadere così in
basso da essere un giudeo fra i giudei. Che ti sia concesso di
raccogliere tutta l'informazione. Per il beneficio del tuo ordine e
come fedele soldato del Papa. Ti è stato insegnato a piantare
insidiosamente i semi della gelosia e dell'odio tra gli stati in pace
ed incitarli in imprese di sangue coinvolgendole in guerre l'uno contro
l'altro, e di creare rivoluzioni e guerre civili nelle comunità,
province e nazioni una volta indipendenti e prospere, e che coltivano
le arti e le scienze godendo le benedizioni della pace. Di prendere
parte con i combattenti e di agire segretamente e in accordo con il tuo
fratello gesuita che potrebbe essere impegnato nella fazione opposta
ma apertamente in contrasto con ciò a cui sei connesso, che infine sia
vincitore la Chiesa soltanto nelle condizioni dettate nei trattati di
pace... e che il fine giustifichi i mezzi. Ti sono stati impartiti i
tuoi doveri di spia, di raccogliere tutte le statistiche, i fatti e le
informazioni in tuo potere da ogni fonte, di ingraziarti la fiducia del
circolo famigliare dei protestanti e degli eretici di ogni classe e
carattere, così come in quello del mercante, del banchiere,
dell'avvocato, tra le scuole e le università, nei parlamenti, nelle
legislature, nelle magistrature e nei consigli di stato, e di 'essere
ogni cosa per tutti gli uomini' per la causa del Papa i cui servi noi
siamo fino alla morte. Hai ricevuto fin qui ogni istruzione come
novizio, un neofita, ed hai servito come coadiutore, confessore e prete
ma non sei ancora stato investito di tutto ciò che è necessario per
comandare nell'esercito di Loyola nel servizio del Papa. Devi prestarti
al tempo appropriato come strumento ed esecutore, così come indicato
dai tuoi superiori: poiché nessuno qui può comandare senza aver
consacrato i propri lavori con il sangue dell'eretico poiché senza lo
'spargimento di sangue nessun uomo può essere salvato'. Pertanto per
adattarti al tuo lavoro e assicurarti la salvezza, dovrai, in aggiunta
al tuo precedente giuramento di obbedienza al tuo ordine, e di lealtà
al Papa, ripetere dopo di me… Prometto e dichiaro che, quando si
presenterà l'opportunità farò ed intraprenderò implacabile guerra,
segretamente o apertamente, contro tutti gli eretici, protestanti e
liberali così come indicatomi… di estirparli e sterminarli dall'intera
terra; e che non risparmierò né età né sesso né condizione, e che
impiccherò, brucerò, devasterò, bollirò, stroncherò, strangolerò e
seppellirò vivi questi eretici infami, squarterò gli stomaci e i grembi
delle loro donne e frantumerò contro i muri le teste dei loro bambini,
così da annichilire per sempre la loro razza esecrabile."
Il Giuramento dei Gesuiti è anche registrato nel Congressional Record
of the U.S.A. (House Bill 1523, Contested election case of Eugene C.
Bonniwell, against Thos. S. Butler, Feb. 15, 1913, pp. 3215-3216)
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Desaparecidos, il Vaticano sapeva
di Horacio Verbitsky | 11 maggio 2012
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La politica dei “desaparecidos” che il dittatore Jorge Videla
ha finito per ammettere con diverse dichiarazioni e in tribunale, era
nota fin dal 10 aprile 1978 alla Commissione esecutiva della Chiesa
cattolica che, però, si guardò bene dall’informare l’opinione pubblica.
Tutto questo risulta da un documento rinvenuto nell’archivio della
Conferenza episcopale.
Il documento porta il numero 10.949 e già
il numero dà un’idea della quantità di informazioni sulle quali la
Chiesa continua a mantenere il segreto. Il documento fu redatto a cura
del Vaticano al termine di un pranzo con Videla ed è conservato nel
fascicolo 24-II. Sono riuscito a visionare il documento in maniera
surrettizia dopo che a una formale richiesta le autorità ecclesiastiche
avevano risposto con la sorprendente affermazione secondo cui
l’Episcopato non avrebbe archivi.
Quando incontrava esponenti della Chiesa cattolica, Videla parlava con la franchezza in uso tra amici.
L’allora presidente dell’Episcopato, il cardinale Raul Francisco
Primatesta, comunicò all’Assemblea Plenaria che lui e i suoi due
vicepresidenti, l’arcivescovo Vicente Zazpe e il cardinale Juan
Aramburu, avevano parlato a Videla dei casi di prigionieri
apparentemente rimessi in libertà, ma in realtà assassinati, si erano
interessati dei sacerdoti desaparecidos, quali Pablo Gazzarri, Carlos
Bustos e Mauricio Silva, e di altre persone scomparse nei giorni
precedenti all’incontro con Videla. Secondo il documento episcopale “il
presidente ha risposto che apparentemente sarebbe ovvio affermare che
sono già morti; si tratterebbe di varcare una linea di demarcazione:
questi sono scomparsi, non ci sono più. Questo sarebbe il più chiaro,
comunque ci porta a una serie di considerazioni in ordine a dove sono
stati sepolti: in una fossa comune? E in tal caso chi li avrebbe sepolti
in questa fossa? Una serie di domande alle quali le autorità di
governo non possono rispondere sinceramente in quanto la cosa coinvolge
diverse persone”, un eufemismo per alludere a coloro che avevano
svolto il lavoro sporco di sequestrarli, torturarli, ucciderli e fare
sparire le spoglie. L’atteggiamento del clero aveva sfumature sottili.
Zazpe chiese: “Cosa rispondiamo alla gente visto che c’è un fondamento
di verità in quanto sospettano?”. E Videla “ammise che era vero”.
Aramburu spiegò che “il problema è di rispondere in modo che la gente
non continui a chiedere spiegazioni”.
Primatesta spiegò che “la
Chiesa vuole capire, collaborare, è consapevole che il Paese versava in
uno stato di caos” e che ha misurato le parole perché sapeva benissimo
“il danno che poteva arrecare al governo”. Anche Primatesta ha
insistito sulla necessità di arrivare a una qualche soluzione in quanto
prevedeva che alla lunga il metodo consistente nel far sparire le
persone avrebbe prodotto “effetti negativi” considerata “l’amarezza che
affligge molte famiglie”. Questo dialogo di straordinaria franchezza
mostra che sia Videla sia la Chiesa conoscevano benissimo i fatti e sottolinea la complicità
con cui valutavano e decidevano in che modo rispondere alle denunce
della gente avvertite da entrambe le parti come una minaccia comune.
Nello
scegliere questa politica di omicidi clandestini, che Videla ora
definisce “comoda” perché sollevava dal fornire spiegazioni, la giunta
militare gettò un’ombra di sospetto su tutti i quadri delle Forze armate
e delle forze di sicurezza, ombra che cominciò a dissiparsi con la
riapertura dei processi che hanno consentito di accertare le
responsabilità individuali che la giunta aveva coperto. Fino ad oggi ci
sono state 253 sentenze di condanna e 20 di assoluzione, la qual cosa
dimostra che in democrazia nessuno viene condannato pregiudizialmente
e senza poter esercitare il suo diritto alla difesa. Fino ad oggi solo
un cappellano militare, Christian von Wernich, è stato condannato per
complicità in casi di tortura e omicidio.
Zazpe è
morto nel 1984, Aramburu nel 2004 e Primatesta nel 2006. Nel 2011 ha
rinunciato per sopraggiunti limiti di età, Jorge Casaretto, l’ultimo
vescovo di quei tempi ancora in attività. Tuttavia la Chiesa continua a
mantenere un ostinato silenzio che talvolta sottolinea la sua crescente
irrilevanza nel panorama della società argentina. La scarsa influenza
della Chiesa si è vista con chiarezza l’anno scorso quando, malgrado la
sua mobilitazione, il Congresso ha modificato il codice civile per
consentire il matrimonio a tutte le persone indipendentemente dal sesso
dei contraenti.
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2012
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Argentina, sui desaparecidos la Chiesa dà ragione al Fatto
di Horacio Verbitsky | 5 giugno 2012
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Più informazioni su: Argentina, Jorge Rafael Videla.
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La
Chiesa cattolica argentina ha confermato dinanzi alle autorità
giudiziarie l’autenticità del documento pubblicato da Il Fatto
Quotidiano l’11 maggio avente per oggetto l’incontro segreto del 1978 delle gerarchie cattoliche al più alto livello con il dittatore Jorge Videla
nel corso del quale si parlò dell’assassinio dei
detenuti-desaparecidos. Documento redatto nel luogo dell’incontro e
consegnato dallo stesso Videla alla Chiesa e che riguarda i crimini più
gravi commessi nella storia dell’Argentina e tra le cui vittime
figuravano due vescovi e una ventina di sacerdoti. E divulgato da
cattolici indignati per la complicità con una dittatura sanguinosa.
Si tratta di una bozza scritta per informare la Santa Sede
e prova che, almeno a partire dal 1978, la Chiesa sapeva che la
dittatura militare uccideva i detenuti-desaparecidos e invece di
denunciare la dittatura discuteva con il suo capo supremo in che modo
manipolare le informazioni per arrecare il minor danno possibile alla
giunta militare e all’Episcopato che riceveva richieste di aiuto dalle
vittime. Una volta che il documento è stato reso pubblico, la
magistratura ha chiesto all’Episcopato di consegnarlo e l’Episcopato non
ha potuto negare la sua esistenza.
In occasione di un’udienza in
tribunale, Videla ha detto che i detenuti-desaparecidos erano stati
“condannati” e “giustiziati” e che questo metodo gli era sembrato più
comodo perché “non aveva le conseguenze di una pubblica fucilazione” che
“la società non avrebbe tollerato”. Altri ufficiali avevano già detto
che si era ricorsi al metodo dell’eliminazione clandestina perché il
Papa non avrebbe accettato le fucilazioni. Videla ha spiegato che non
venivano pubblicati gli elenchi dei detenuti-desaparecidos perché
contenevano errori e inesattezze e perché non c’era accordo tra le Forze Armate.
Però
durante il pranzo del 10aprile 1978 con il presidente e i due
vicepresidenti dell’Episcopato, in un clima che il cardinale Juan
Aramburu definì cordiale, Videla disse che “sarebbe del tutto ovvio
affermare” che i desaparecidos “sono morti: si tratterebbe di varcare
una linea di demarcazione e costoro sono scomparsi e pertanto non
esistono. Comunque è chiaro che ciò solleva una serie di interrogativi
in ordine a dove sono stati sepolti: in una fossa comune? E in tal caso
chi li avrebbe sepolti in questa fossa?”. Aggiunse che il governo non
poteva rispondere “per le conseguenze riguardanti alcune persone”, vale a
dire i sequestratori e gli assassini. Tuttavia nel 1982 il cardinale Aramburu
continuava a negare i fatti: in un reportage a cura de Il Messaggero
disse che non esistevano fosse comuni e che coloro che “venivano
chiamati desaparecidos” vivevano tranquillamente in Europa.
Malgrado
l’enorme importanza di questo tardivo riconoscimento, nessuna autorità
ecclesiastica ha mai fatto il minimo riferimento alla questione.
Come
se l’enormità del fatto avesse avuto l’effetto di ammutolire tutti, i
quotidiani Clarin, La Nacion e Perfil hanno finto di non capire che la pubblicazione del documento era fondamentale
per stabilire il grado di complicità della Chiesa cattolica con la
dittatura militare e la sua politica criminale. Come mi ha raccontato il
capitano della Marina Adolfo Scilingo, la pratica di giustiziare i
detenuti-desaparecidos gettandoli da un aereo in volo fu approvato dalla
gerarchia ecclesiastica che riteneva questo un modo cristiano di
morire. La frase fa venire in mente quanto scrisse Heinrich Himmler per
spiegare la costruzione delle camere a gas nei lager allo scopo di
realizzare la “soluzionefinaledellaquestioneebraica”: era una forma “più
umana”. Dimenticò di aggiungere: “Per i carnefici”.
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
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L 'isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina
Trent'
anni dopo il colpo di stato del 1976, è stato pubblicato in Italia
questo libro di Horacio Verbitsky, uno dei giornalisti argentini più
noti grazie al successo del precedente libro Il volo. L'isola del silenzio è frutto di un' indagine lunga 15 anni, ricca di testimonianze dei familiari dei desaparecidos,
dei prigionieri sopravvissuti, e anche dei militari e dei religiosi
coinvolti nella dittatura. Le testimonianze provengono sia da interviste
realizzate dall'autore che dai verbali dei processi giudiziari
svoltisi dopo la caduta del governo militare. L' elenco delle note
bibliografiche contiene oltre 300 riferimenti. Il titolo originale in
spagnolo, El Silencio, si riferisce sia al nome dell'isola che alla condotta vituperabile
della Chiesa cattolica
che, pur pienamente consapevole delle violazioni dei diritti umani, non fece sentire la minima voce di allarme.
L'isola
El Silencio era di proprietà della Chiesa, un luogo di ricreazione
frequentato dai propri membri, dai seminaristi fino ai cardinali Antonio
Caggiano e Juan Carlos Aramburu. Nel settembre del 1979, quando la
pressione internazionale arrivò a un punto tale che l'ispezione da parte
della Commissione Interamericana per i Diritti Umani non poté più
essere rimandata, tutti i prigionieri furono trasferiti dalla Scuola di
Meccanica della Marina (ESMA) su quest'isola, dove rimasero al riparo
da occhi indiscreti.
La Chiesa certamente non si limitò a fornire
questo nascondiglio e ebbe un ruolo attivo su due fronti: da una parte
raccoglieva le richieste dei disperati familiari delle persone
scomparse, impegnati nella ricerca di notizie dei propri cari.
Dall'altra, forniva conforto ai militari offrendo loro supporto morale
per giustificare le atrocità commesse sui prigionieri. Coloro che hanno
letto Il volo ricorderanno la testimonianza del ex-capitano
Adolfo Scilingo, che dopo aver gettato dall'aereo persone vive
nell'oceano venne rassicurato dal cappellano Zanchetta che quella era
una "morte cristiana" che aveva la benedizione delle gerarchie
ecclesiastiche.
Dalle numerose testimonianze, risulta evidente che
la Chiesa era perfettamente al corrente di tutte le attività
clandestine, torture comprese. Tra i personaggi che hanno collaborato
con la dittatura militare sono menzionati: il cardinale Pio Laghi
(all'epoca nunzio apostolico, noto per le sue partite a tennis con
Emilio Massera), i cardinali Caggiano, Aramburu e Primatesta,
l'arcivescovo Tortolo e i suoi vicari Emilio Graselli e Victorio
Bonamín, e l'allora sacerdote Jorge Bergoglio (oggi cardinale). Il
libro riporta anche le testimonianze di Bergoglio e Graselli, esponendo
la loro versione dei fatti nelle interviste realizzate da Verbitsky.
Due
interi capitoli sono dedicati al "programma di rieducazione" dei
prigionieri, grazie al quale potevano avere una possibilità di
sopravvivere. La rieducazione aveva un doppio scopo: sottoporre le
persone ostili al regime a un lavaggio del cervello per “convertirle”
in collaboratori, e allo stesso tempo ottenere informazioni
sull'identità dei compagni da arrestare. Ma non tutti erano candidati
al “recupero”. I prigionieri erano divisi in tre gruppi: gli
irriducibili, i deboli e i recuperabili. Quelli che rientravano in
quest'ultimo gruppo dovevano avere un minimo di competenze tecniche, ad
esempio un tipografo era un ottimo candidato perché necessario per
falsificare passaporti ed altri documenti. In questo modo si
reclutavano schiavi utili allo scopo di favorire l'ascesa politica
dell'ammiraglio Emilio Massera.
Non devono sorprenderci i legami
tra la Chiesa ed il potere, è una tradizione lunga quasi due millenni.
Ciò che è notevole nel caso argentino è in primo luogo che la Chiesa
appoggiava i militari a tal punto che non si capisce se la Chiesa fosse
al servizio delle Forze Armate, o viceversa. Molto eloquente l'omelia
di Bonamín, citata a pagina 24: "Quando c'è spargimento di sangue, c'è
redenzione: Dio sta redimendo la nazione argentina per mezzo
dell'esercito argentino".
In secondo luogo, tutti i principi
morali furono messi da parte: il fine giustificava ogni mezzo,
permettendo il ritorno agli ormai dimenticati metodi della Santa
Inquisizione in pieno XX secolo. Ma ciò che più colpisce dei fatti
documentati da Verbitsky è che la Chiesa non esitò a tradire i propri
membri, come i sacerdoti e i catechisti che seguendo il vangelo di
Cristo si dedicavano ad aiutare i poveri, un'attività considerata
troppo di sinistra e quindi nociva per la Chiesa. Questa è la storia
dei gesuiti Yorio e Jalics, che hanno individuato nel cardinale
Bergoglio il responsabile delle loro sofferenze, e ai quali viene
dedicato un capitolo che illustra i punti di vista di questi tre
protagonisti. Il lettore può trarre le proprie conclusioni.
L'unico
neo del libro è che parla di responsabilità a senso unico. Questo
scontro aveva da una parte i militanti armati di sinistra (i
Montoneros, cioè l'equivalente argentino delle Brigate Rosse) e
dall'altra i militari. Le violazioni dei diritti umani sono state
commesse da entrambi, non a caso questo conflitto viene conosciuto come
"la guerra sporca". Senza dubbio la maggior parte degli eccessi fu da
parte delle Forze Armate, ma non esiste alcuna traccia di segnalazione -
per non parlare di denunce e di processi penali - a carico dei
Montoneros.
L'edizione italiana ha un capitolo in più, che
commenta un fatto che Verbitsky non poteva prevedere al momento di
mandare in stampa l'edizione originale in spagnolo: che, dopo la morte
di Giovanni Paolo II, il principale contendente del cardinale Ratzinger
per la sua successione fosse proprio Bergoglio. E non esclude che
quest'ultimo possa avere una seconda chance alla guida del Vaticano,
visto che Benedetto XVI ha già 82 anni. Solo il tempo potrà confermare o
smentire questa previsione.
José Luis Scanferlato
Ottobre 2009
*********************************************
Colectivo de Teología de la Liberación “ Pichi Meisegeier”
UNA MALA NOTICIA.
Comunicado del Colectivo sobre la elección del nuevo papa.
La elección de Jorge Bergoglio como jefe de la iglesia católica, nos
obliga, como Colectivo de Teología de la Liberación, a compartir nuestra
reflexión y nuestra mirada sobre el significado de esta decisión.
No estamos contentos ni de fiesta como dicen en este momento los medios
de comunicación, porque Bergoglio es la legitimación, desde América
Latina, del mismo modelo conservador, patriarcal, dogmático y de
principios cerrados que representaron Juan Pablo II y Benedicto XVI. Más
allá de su austeridad y de que seguramente tendrá gestos de cercanía
con los fieles, como es su costumbre, el nuevo papa no representa nada
nuevo ni más cercano al proyecto de Jesús de Nazaret que sus
antecesores. No tenemos más que recordar su actuación y su palabra
durante la disputa por el matrimonio igualitario, cuando llamó a una
cruzada frente a lo que el llamó “La destrucción del plan de Dios”.
Además, no podemos hablar de un pastor, cuando en los tiempos de la
dictadura cívico-religioso-militar, de la que fue parte, entregó a sus
hermanos jesuitas, Orlando Yorio y Francisco Jálics, que tenían un
fuerte compromiso con l@s más pobres de nuestro pueblo.
Es un
hombre oscuro, enfermo de poder, muy inteligente, astuto y manipulador,
como siempre nos decía el recordado Pichi Meisegeier. Usar el nombre de
Francisco da cuenta de ello, porque hace referencia al pobre de Asís,
pero también a quién él le soltó la mano, entregándolo a la dictadura,
Francisco Jálics.
No es una buena noticia para los procesos de
liberación que se están dando en América Latina, ya que Jorge Bergoglio
expresa lo más conservador de la iglesia del tercer mundo. Esto se vió
constantemente en nuestra patria, con su postura opositora a las
políticas del gobierno nacional, y su cercanía a los poderes económicos y
más oscuros de la Argentina.
Queremos tener esperanzas, pero
no podemos dejar de ver la realidad. Tenemos que seguir defendiendo lo
conseguido construyendo procesos de liberación junto a l@s más pobres de
nuestra patria. Junto al pueblo, que es la verdadera iglesia, más allá
del papa de turno.
Colectivo de Teología de la Liberación “ Pichi Meisegeier”